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ASSOCIATION INTERNATIONALE D'ETUDES MEDICO-PSYCHOLOGIQUES ET RELIGIEUSES
ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DI STUDI MEDICO-PSICOLOGICI E RELIGIOSI
ASOCIACION INTERNACIONAL DE ESTUDIOS MEDICOS-PSICOLOGICOS Y RELIGIOSOS
INTERNATIONAL ASSOCIATION FOR MEDICAL-PSYCHOLOGICAL AND RELIGIOUS STUDIES
 
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BERNARDINI Franca Fedeli La pluralità (2009)
Io ti mangio, io mi mangio: la “circolarità dell’invidia”

Partendo dall’analisi di Propp, nei “racconti di fate” si determina una “linearità”
tra situazione iniziale e situazione finale in cui l’ottenimento di “strumenti
magici” permette all’”eroe” di superare la situazione intervenuta per spostare
l’”equilibrio in avanti”, creandone uno migliore dell’iniziale. Alcune fiabe,
soprattutto italiane, che hanno per tema centrale l’invidia, spesso legata alla
gelosia, fuoriescono da questo schema determinando una “circolarità” che
avviluppa in spire la “vittima”, consapevole o meno, in un rapporto sempre più
stretto e serrato col “carnefice” fino al “sipario finale” che conclude gli eventi
con “la reintegrazione” e la “punizione”.
In tali racconti dove le vittime e i carnefici che le “cannibalizzano” sono quasi
sempre donne vilipese e in forte competizione per “diventare regine”, anche lo
scenario in cui si svolge l’azione cambia. Non è più il “non luogo iniziatico” della
foresta, del deserto, del castello fatato e maledetto del giovane maschio
(Chesler), ma lo spazio “accogliente” della casa entro il quale si perpetra il
danno alla vittima da parte di “carnefici vicini”, come matrigne, sorelle e
suocere, “che uccidono” con la lingua (Barthes) e con lo sguardo che paralizza
(Lacan), impietrisce e lancia il terribile malocchio, creando, per contrappasso,
le premesse “per uccidersi” poiché l’invidia “rode” e “brucia”.
Si è discusso a lungo, da Wilheim Grimm, della fiaba come “residuo psichico di
innumerevoli avvenimenti dello stesso tipo”, come espressione di desideri
repressi o come mitologia inconscia di schemi archetipi spesso intrecciati con i
grandi miti, come quello di Elettra e Clitennestra adombrato nella Gatta
Cenerentola. La fiaba col suo “c’era una volta” mette in moto eventi “estranei”,
o fortemente rappresentativi di realtà concrete estremamente perturbanti
(Freud). Queste partono da tensioni all’interno della casa, con la “morte” della
madre, l’invidia per la bella figlia, con la sua triangolazione di gelosia, la lotta
per il primato sul padre e la conquista dello sposo. Narrano l’infanzia,
l’adolescenza e la giovinezza dell’eroina e possono raccontare, ma non
necessariamente, la nascita dei figli abbandonati e divenuti nuovi protagonisti,
quando il ruolo della madre si appanna, ma mai la sua morte come nella
tragedia. Invidia e gelosia spingono la ragazza, vittima prescelta e isolata, fuori
dalla casa inserendola in un tortuoso percorso angosciante e perturbante che
può risolversi con la maturazione sessuale e il matrimonio o ripetersi in tutti i
momenti critici della sua vita. In particolare poi, nelle fiabe italiane, i rapporti
si fanno più vischiosi: la bella perseguitata non è sempre innocente, complice e
vittima allo stesso tempo; l’area opaca occupata dalla matrigna e dalle sorelle
invidiose si frammenta in situazioni estreme nascoste e mediate
dall’indifferenza paterna; la crudeltà è spesso agita sottilmente e l’agognato
sposo può diventare un traditore poligamo in balia di seconde e terze spose
rose dall’invidia e dalla gelosia.
L’invidia come sentimento sordo, primitivo e primordiale che ha difficoltà a
costruire “soggetti” buoni, può riattivarsi se sopito anche dopo molto tempo,
come sostenuto dalla Klein, o riesplodere in presenza di una figura perturbante
su cui si appuntano gli impulsi distruttivi. Se l’invidia per i fratelli e per il padre
può minare l’amore per la madre alle sue origini, la problematica figlia-madre
“fata” o “matrigna”, può riapparire. La morte, sempre reale nel mondo
tradizionale, della madre naturale può innescare dinamiche “esterne”, già
parzialmente risolte in periodo edipico e realmente persecutorie, come in
Biancaneve o in Denti d’oro. D’altro canto la figlia irriconoscente verso la
“cattiva madre” può, come introdotto nella versione di Cenerentola di Basile,
ucciderla per ingraziarsi la “buona maestra-madre sostitutiva” che diverrà a
sua volta “cattiva madre” che la perseguita nuovamente neutralizzata da una
nuova “buona fata”.
Laddove la figura paterna, che nel mondo tradizionale tende a delegare anche
gli affetti, è troppo debole, vanitosa o addirittura assente come spesso accade,
può cadere ogni debole mediazione che permette all’invidia, prima nascosta o
contenuta entro limiti accettati, di dar luogo a comportamenti più o meno gravi
che possono sfociare nell’odio più aperto.
La fiaba, e in particolare la fiaba d’invidia con i suoi sentimenti estremi,
comportava una lunga educazione sentimentale che accompagnava la vita del
bambino, del giovane e della comunità, utile per canalizzare ritualmente
l’aggressività e sopportare le frustrazioni di un vissuto difficile.

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Type de document : Intervention - Document public - Inséré dans la base le : 2009-11-10

Thème : C'est pour mieux te manger

Evénement : 2009 Saint-Maurice, Lausanne
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